Vanno ribadite le parole del card. Tettamanzi: «Ho l'impressione che su problemi come quello si arrivi sempre troppo tardi. Decidere sull'emergenza non è la cosa migliore. Si tratta del diritto di ogni essere umano a una educazione rispettosa delle identità, del luogo, dell'ambiente, della legalità del Paese. Arrivare a una giusta integrazione è un processo».

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Redazione Diocesi

Vanno ribadite ancora oggi le parole del cardinal Tettamanzi:«Ho l’impressione che su problemi come quello si arrivi sempre troppo tardi. Decidere sull’emergenza non è la cosa migliore. Si tratta del diritto di ogni essere umano a una educazione rispettosa delle identità, del luogo, dell’ambiente, della legalità del Paese. Arrivare a una giusta integrazione è un processo», che secondo il cardinale va condotto coinvolgendo tutti i protagonisti.

di Pino Nardi

L’emergenza non aiuta a risolvere i problemi. Questioni come quella della scuola araba di via Quaranta vanno affrontate «all’interno di un processo storico di integrazione». Così nelle scorse settimane il cardinal Tettamanzi è intervenuto sulla vicenda del centro che sta suscitando molte polemiche.

«Ho l’impressione», ha detto l’arcivescovo, «che su problemi come quello della scuola si arrivi sempre troppo tardi, anche se il problema non nasce oggi. Decidere sull’emergenza non è la cosa migliore. Si tratta del diritto di ogni essere umano a una educazione rispettosa delle identità, del luogo, dell’ambiente, della legalità del Paese. Arrivare a una giusta integrazione è un processo» che secondo il cardinale va condotto coinvolgendo tutti i protagonisti.

«Mi domando», ha sottolineato l’arcivescovo, «se siano state sufficientemente interpellate le famiglie dei ragazzi. Ho l’impressione che i giudizi e le decisioni passino solo per alcune persone. Incontro, dialogo, integrazione» sono gli elementi di un processo «che non compete solo alle istituzioni e alla legge, ma alle famiglie e alla società, alla cultura, a un processo storico che si vuole far evolvere secondo una traiettoria umana, l’unica che rende possibile la convivenza anche nella multiculturalità».

Non ci sono cittadini “meno cittadini”, neppure in base alla diversa religione e identità culturali: «Tutti siamo alla pari per la semplice ragione che ogni persona possiede una dignità quasi infinita». Ma «la convivenza nella multiculturalità si fonda proprio sulle identità: se uno non riconosce se stesso non può neppure riconoscere gli altri e dialogare. E’ impossibile un’identità che non si misuri, non si confronti, non si costruisca. Il dialogo non è in contrasto con l’identità, non é l’appiattimento delle identità. Cancellare il dialogo vuol dire cancellare le identità».

Parole che vanno ribadite ancora oggi in presenza di una situazione che si sta incancrenendo. E che rischia di finire nel “tritacarne” della propaganda elettorale. Eppure alcune ulteriori puntualizzazioni vanno fatte.

Primo: i problemi di questa città, soprattutto quelli di frontiera, non vengono affrontati come si deve e nei tempi giusti. Il caso di via Quaranta va avanti da anni. E per tempo andava risolto. Eppure prima il Comune apre spiragli e poi pensa bene di dichiarare inagibile la sede alla vigilia dell’apertura delle scuole creando il caos. La politica amministrativa e le istituzioni comunali forse devono pensare seriamente anche agli angoli meno comodi del “condominio”.

Secondo: passi avanti devono essere compiuti anche dalla scuola araba. Se vogliono vivere e inserirsi nella nostra società devono cercare sempre più il dialogo, avendo anche fiducia senza arroccamenti ghettizzanti. In questi casi la bussola deve essere quella dei diritti da garantire, ma anche dei doveri da assolvere.

Terzo: la soluzione del problema richiede serietà da parte di tutti i soggetti coinvolti. Non ci può essere lassismo o volontà accomodanti verso il basso. Le istituzioni recuperino al più presto mantenendo le posizioni. In una democrazia seria deve vincere la legalità. Per il bene di tutti.

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