Redazione

Su una altura appena accennata, eppure adattissima allo scopo, attorno al XII secolo si cominciò a edificare una rocca, imprendibile, inavvicinabile, perché isolata su tre lati da un fossato naturale, quel che rimaneva di un lago morenico, profondo e dalle rive traditrici. O almeno così si pensava… Già, perché nonostante tutto, il castello non ebbe un solo “padrone”, e nel corso dei secoli fu preso e abbandonato, conquistato e ceduto.
Alle truppe degli Scaligeri veronesi seguirono quelle mantovane agli ordini dei Gonzaga, e nella lotta fra Venezia e il ducato di Milano il fortilizio vide più volte mutare vessillo, dalla serpe viscontea al leone marciano. Cessate le lotte, consolidati i confini, ai primi del Seicento la Serenissima Repubblica consegnò il fortilizio ai nobili Arrighi, che ne fecero la loro dimora patrizia. Castellaro si appartò allora dalla storia, beandosi in un ozio agreste non avaro tuttavia di piccole soddisfazioni. Ospitò ancora principi e potenti, ma dando loro riposo e pace, più che sostegno strategico. Napoleone, nel corso delle sue italiche campagne, vi volle soggiornare un paio di volte, e il generale Mac-Mahon vi si ritirò vittorioso nel 1859 dopo la sanguinosa battaglia di Solferino, di cui quaggiù, in verità, era giunta soltanto una debole eco… Oggi, lo si diceva in principio, Castellaro Lagusello è un paese incantato, che si compiace della sua atmosfera da fiaba e che nulla fa per cambiarla. Per nostra fortuna. E perfino un’abusata espressione come «il tempo si è fermato…» davvero trova qui una sua concreta, tangibile aderenza. Mancano forse le fate, e i principi azzurri vanno in calesse o in bicicletta.
Ma abbondano, in compenso, i menestrelli, gli artisti di strada che da tutto il mondo giungono qui, in agosto, a ravvivare il minuscolo borgo di nuova magia.

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